> Fotografia come GEOGRAFIA:

il luogo siamo noi. 

 

La Geografia descrive il mondo nelle sue caratteristiche e sfumature; per farlo usa le mappa che sono rappresentazione grafica e interpretazione spaziale di cose, concetti o eventi del mondo umano.

Oggi con mappa intendiamo strumento di navigazione e localizzazione ma se andiamo più a fondo, come nel passato, sappiamo che una mappa aiuta a identificarci, indagare e entrare in relazione col resto. Allo stesso modo, la fotografia è uno strumento che permette di conoscere, esaminare l’ambiente fisico e simbolico che ci circonda per realizzare la nostra personale “mappatura cognitiva”.

Una mappa è pura interpretazione, per questo quelle prodotte mille anni fa non sono più o meno attendibili delle odierne, sono solo disegnate con motivazioni diversi. In un mondo che mostra solo quel che serve, molti sono i “luoghi” di cui non abbiamo mappe; non sono stati fotografati né indagati perché non interessano alla gente, alla politica, all’economia e neppure a chi produce guide turistiche. Luoghi che non si mappano, non si vedono, non si fotografano ma seguitano ad esistere!

Oggi crediamo che tutto sia stato fotografato ma questo non è vero; esistono al contrario innumerevoli possibilità di guardare il mondo, di scoprire dettagli, di fotografare e creare nuovi percorsi d’indagine su soggetti che non consideriamo più perché ormai “saturi di immagini”.

Di questa situazione a farne maggiormente le spese sono il quotidiano e i nostri luoghi: sappiamo scrutare ciò che è lontano, sappiamo farci indicare da altri dove guardare, ma abbiano perso la capacità di disegnare “luoghi” inesplorati.

Con il GPS attraversiamo chilometri di strade ma non sappiamo realmente dove stiamo passando, non abbiamo nessuna connessione con la porzione di mondo, cultura, quotidianità che ci si offre davanti e su cui non scegliamo di affacciarci; in modo simile “visitiamo” New York  con Street View di Google  ma non sappiamo niente di luoghi a venti chilometri da casa nostra.

E ancora: ci limitiamo a conoscere della storia della fotografia italiana solo la punta di un Iceberg sommerso sulla cui cima capeggiano i soliti nomi senza pensare che la mappa storica è molto più grande, affatto completa, e che nella parte vuota, ai margini, non ci sono i Draghi, come riportavano alcune mappe medievali impaurite dall’ignoranza, ma centinaia di autori che hanno fatto la storia e che dobbiamo ancora mettere in relazione col resto, se vogliamo avanzare e ampliare le nostre esperienze.

La stessa cosa vale per le situazioni sociali più disastrate, per le guerre, per i diritti del lavoro, dell’educazione, per i problemi di salvaguardia dell’ambiente. Denunciare con la fotografia l’incuria della nostra periferia non è come raccontare la periferia del mondo.

Di certo qui non sappiamo stare e "l’ovvio" che ci viene incontro non ci incuriosisce più; dobbiamo muoverci perché le cose diventino interessanti e degne di essere raccontate; non pensiamo che dell'ovvio sia auspicabile sviluppare un proprio pensiero critico affinché percettivamente si scopra altro e si vada oltre il già esplorato.

Ma le nostre fotografie, come le mappe che tracciamo, siamo noi; sono il luogo come lo inquadriamo; sono la traduzione in immagine del nostro modo di vedere il mondo seppure questo sembra essere sempre di più guidato dalle esigenze degli altri, dai disegni che vanno per la maggiore e che per qualche ragione attraggono di più.

Quest’anno Giornate di Fotografia affronterà il tema assieme al pubblico e ai relatori che si faranno partecipi delle conferenze. Chiederemo a chi fotografa di raccontarci come è composta la propria mappa. Cosa si è con consapevolezza escluso? Perché? Quanto le proprie immagini sono influenzate da quelle che altri giudicano essere le più attraenti, decretate da una moda del momento? Dove sta e verso cosa si sta dirigendo il nostro sguardo fotografico sul grande atlante della fotografia nell’era digitale? E ancora: perché "l’ovvio" ci lascia così indifferenti? Quali mappe mancano agli uomini di oggi e perché?

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